Jimi Hendrix e Giordano Bruno: visioni di infiniti mondi

Happiness is a warm gun. La felicità è una pistola calda e fumante, cantava Lennon nel noto White Album beatlesiano del 1968. Un titolo e una canzone che non hanno bisogno di commenti, tanto potente è la loro forza evocativa e allusiva. Non di pistole si tratta, infatti, e neanche di felicità.

A questo brano mi ispiro per inaugurare il blog.

Anche le idee, quando arrivano, sono come pistole fumanti.

La warm gun di questo primo articolo – do do do do do dooo, oh yeah – è…

Jimi Hendrix e Giordano Bruno

Molto prima di iniziare a scrivere le prime righe de La filosofia di Jimi Hendrix avevo un’idea che mi girava in testa e dentro cui volevo entrare: Giordano Bruno e Jimi Hendrix. Ne parlai al secondo boccale di birra una notte a un amico, e ricordo ancora il suo sguardo tra l’incredulo e il curioso.

Non ne ero certo, ma sentivo che tra queste due personalità così eccentriche, affascinanti e controverse c’erano affinità che meritavano di essere indagate.

Il filosofo Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori a Roma nel 1600, condusse una vita molto particolare, mossa da un’inquietudine di fondo che lo portò a vagabondare per l’Europa e, sospettato di eresia dal Sant’Uffizio, approdare in Inghilterra, a Londra, proprio là dove Hendrix sarebbe sbarcato alla fine del settembre 1966 per cambiare per sempre il corso della musica del secondo Novecento.

Come Jimi nella sua arte, così Giordano Bruno era costantemente mosso alla ricerca del novum, di qualcosa di nuovo, di inedito. La filosofia per lui non poteva ridursi a semplice commento o chiosa delle teorie passate, ma doveva essere innovatrice e rinnovatrice, aprirsi senza indugi alla portata rivoluzionaria del pensiero: ad esempio, teorizzando l’esistenza di un universo infinito e mandando per sempre in soffitta l’idea medievale di un mondo chiuso.

Questo è il principale punto di contatto tra i due: l’aspirazione a sondare l’infinità del mondo e la sua fondamentale apertura ed espansione, fino a scoprirne altri di mondi.

Ma non solo… Il cosmopolitismo, il disincanto, la profonda solitudine pur in un’esistenza non isolata, il temperamento teatrale, la creazione di una religione e di un’arte “magica”, la scoperta del profondo legame tra parole e immagini, tra musica e pittura, il senso di uguaglianza tra gli esseri umani e insieme la strenua difesa della libertà artistica e di pensiero…

La cifra di entrambi è stata l’abbattimento degli orizzonti chiusi e predefiniti, l’espansione delle possibilità espressive dell’uomo e l’inscindibilità del pensiero e dell’arte dalla loro esistenza. In Bruno come in Hendrix, vita, pensiero e arte sono intimamente intrecciate tra loro, sono “eroico furore”.

1983

Tra le composizioni di Jimi, quella che mi ha sempre restituito nitida questa sensazione di disincanto verso il mondo comune col suo “frastuono mortale” e al contempo la ricerca di un altro universo in cui rifugiarsi è 1983, brano di quasi quattordici minuti che ritrae due amanti davanti al mare in attesa di tuffarsi e lasciare per sempre la terra ferma, “non per morire, ma per rinascere, lontano da terre così colpite e straziate”. Sì, Jimi cercava una via di fuga e di salvezza anche nel mondo sottomarino. Come Bruno, credeva nell’esistenza di un’infinità di mondi finiti, dei quali la Terra non è che uno, e non dei migliori…

Qui un’intensa cover di 1983 della Allman Brothers Band con il grande Derek Trucks.

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