Zamboni, Cavriago e il mondo

di Alessio Barettini

Il comune di Cavriago è il solo comune europeo che espone un busto di Lenin. Nel nome della memoria e della partecipazione, la roccaforte emiliana del PCI è al centro della narrazione attuale di Massimo Zamboni, ex CCCP e CSI, più recentemente autore di libri storici («non romanzi, non voglio imporre alcuna visione», come spiega), il primo L’eco di uno sparo e poi La trionferà, uscito da poco per Einaudi, ma ce ne sarà un terzo, come racconta lui stesso tra l’orgoglio e la preoccupazione: «Ci ho messo dieci anni col primo, cinque col secondo» a cercare fra le fonti della sua famiglia che arrivano fino al ‘600.

Zamboni

Zamboni ha presentato il suo libro a Torino. L’ho incontrato al cinema Massimo. Era insieme al regista Daniele Segre, che ha ri-presentato il suo Parèven furmighi, mediometraggio («non un documentario », come ama ribadire), su Cavriago e l’operosità dei suoi abitanti, che dopo la guerra unirono le forze per costruire il cinema Teatro Nuovo, oggi Novecento, baluardo della lotta: «Il loggione era un po’ più caro, noi comunisti andavamo in platea», dicono in dialetto gli anziani che ricordano, protagonisti del film. In dialetto perché, racconta Segre, «era fondamentale che non si piegassero alla soggezione della macchina da presa, per questo mi sistemavo vicino a loro, racconta ancora, e gli strizzavo il ginocchio quando iniziavano a parlare italiano».

Ci sono due signore, nel film, che ricordano Riso amaro, Sciuscià, ma anche il PCI e Stalin con una normalità che altri in Italia non hanno avuto di certo nel parlare di certe cose.

Il film era stato presentato nel ’97 a Venezia, ma poi fu dimenticato perché, fa ancora notare il regista, «erano anni in cui i concetti di partecipazione, di condivisione, non erano molto amati».

La cultura, erano gli anni che si muoveva verso l’individualismo.

Zamboni, che dei CSI è stata una delle anime, forse quella più attaccata alla gente comune, che fatica con le proprie mani, che crede necessariamente, non ha però lasciato la sua chitarra.

Dopo lo scioglimento con Ferretti e compagni, anzi, ha continuato a suonare e cantare come solista. Il 21 gennaio uscirà la sua ultima fatica, La patria attuale. La parola patria, spiega ancora a una platea equamente divisa per fasce di età, «non ha mai fatto breccia in me, perché negli anni è stata usata da personaggi di cui non riconosco neppure le facce. Eppure è un concetto importante. Io mi sento cavriaghino, prima che italiano. E i nostri valori sono comuni».

Con estrema coerenza Zamboni canta ancora dei dimenticati, di chi il nostro sguardo e la nostra indifferenza escludono. I due singoli, Canto degli sciagurati e Gli altri e il mare, sono anche due videoclip molto evocativi, che gridano alla giustizia che non c’è. Il primo è un canto che ricorderà subito, nella cadenza della voce e nel modo di cantare, i primi brani dei CSI.

La preghiera alla Madonna degli Sciagurati colloca Zamboni a metà fra Ferretti e Capossela, in uno spazio di folk sperimentale ben congegnato e non distratto da racconti che non siano quelli del “popolo minuto” . Il racconto del videoclip e del testo verte su chi fu fucilato dai fascisti e ricorda di guardare in faccia chi ti spara, di gridare contro quelle pallottole, perché da quelle urla nasceranno dei buchi da cui passerà sangue che diventerà memoria.

Nel video un peana alla Madonna degli sciagurati è cantato con cadenza ben nota ai fan dei Fedeli alla Linea. Le immagini, in bianco e nero, evocano scenari di campagne, di oggetti arrugginiti e di uomini che si muovono fra le spighe di grano armati di attrezzi agricoli, pronti ad attendere il nemico. Zamboni canta camminando verso la macchina da presa, come un eroe tarantiniano: qualcosa di sinistro sembra accadere. Il canto è rivolto a chi è stato oggetto di fucilazioni, e per estensione a tutti i diseredati e i dimenticati. I ritmi sono un crescendo di rabbia, ma nel finale del video Zamboni che sta camminando verso le vittime lascia la sua arma e raccoglie un libro, che si appoggia sul petto, prima di affondare simbolicamente la mano nel fango.

Gli altri e il mare è una ballata, a metà fra Anime Salve di De André e La campana di De Gregori.

Qui Zamboni si rivolge al Mediterraneo «mare nostro ma anche degli altri, di chi arriva», e canta con estrema malinconia parole di immenso struggimento. Il video mostra una spiaggia, uno specchio da cui si intravede la figura di un migrante che sta giacendo disteso. Un ragazzo raccoglie lo specchio, ci si riflette e inizia a correre in cerca di un luogo dove potersi liberare da quei riflessi di morte. Si allontana dal mare, ma è da solo e il mare lo richiama. Allora lo specchio viene raccolto da una seconda persona, mentre Zamboni, eterno camminante, passa dietro il primo ragazzo che in riva alle onde si è inginocchiato. Ma forse è tutto un’illusione. Resta una coperta gialla che emerge dalla superficie, che ritorna sulla spiaggia e che infine viene raccolta dal primo ragazzo mentre la regia mostra un gioco di riflessi e di sguardi che sembra essere determinante per la salvezza.

Per il suo terzo romanzo Zamboni dice di voler occuparsi della montagna, anche perché l’epica sembra essere stata confinata solo alla campagna.

Non c’è da dubitare sull’apertura del suo sguardo, capace, come i cavriaghini, di intendere la rivoluzione come un fatto mondiale e perenne.

Alessio Barettini

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